Pubblichiamo la relazione di Gianni Ballista al convegno “La crisi, il lavoro, gli enti locali: un confronto tra gli attori istituzionali, politici e sociali sulla valutazione della crisi, la sua gestione, gli sbocchi da costruire” che la Sinistra per Modena ha tenuto a Formigine lo scorso 28 marzo.
“Abbiamo convocato questa iniziativa per guardare in faccia alla crisi ossia alle ricadute della crisi del sistema finanziario sull’economia reale in termini di posti di lavoro di condizioni sociali delle lavoratrici e dei lavoratori e quindi alla sua gestione, ai suoi effetti e secondo noi anche per porci il problema di costruire sbocchi sostenibili ed equi nonché praticabili, tema che secondo noi non è adeguatamente all’ordine del giorno.
Proprio per quest’ultima ragione è tuttavia utile riproporre la nostra valutazione sulla crisi, la sua origine, le sue cause distinte dagli effetti, la sua dimensione e profondità.
Anche perchè l’analisi dei comportamenti dei diversi attori politici e sociali e del complesso delle proposte in campo rivelano una notevole diversità di valutazione che è necessario chiarire nella discussione politica sopratutto quando si è nell’imminenza di un voto elettivo da parte dei cittadini.
La tesi che ci caratterizza è che siamo di fronte ad una crisi di modello di sviluppo preesistente alla implosione del sistema finanziario mondiale, implosione che ha accelerato a velocità supersonica lo scoppio di contraddizioni già presenti nel sistema:
-un modello competitivo globale fondato sui costi che schiaccia diritti e ne impedisce di nuovi;
-il più alto e crescente delta tra ricchi e poveri in ogni dimensione locale e globale, e relativa super concentrazione della ricchezza a scapito della sua redistribuzione;
-una impronta ecologica che è passata da quota 70% a 122% dagli anni 60 ad oggi, accompagnata da una inaccettabile distruzione della biodiversità;
-assoluta libertà d’azione del capitale finanziario alla ricerca del massimo profitto nel tempo più rapido possibile;
-il mercato liberista come unica fonte di produzione e distribuzione della ricchezza, come ha ricordato lo scorso 15 febbraio il presidente del consiglio.
Dinamiche, queste, che hanno alterato il rapporto tra sviluppo economico e sviluppo sociale fino al punto che lo sviluppo economico ci può essere solo a scapito dello sviluppo sociale.
In una parola la causa della crisi è il liberismo, e difronte a ciò anche il semplice buon senso dovrebbe suggerire di non fare più ‘politiche che hanno portato a questo punto’ come dice il neo presidente degli USA, ma a quanto pare questo non accade e la cultura liberista non sta finendo con la crisi del liberismo anzi!
E’ da questo tipo di analisi che viene fuori il vero terreno dello scontro di oggi, ovvero quali sono gli sbocchi (regole, assetti economici e sociali, rapporto con le risorse naturali e i beni comuni, partecipazione democratica ecc) con i quali si può affrontare allo stesso tempo la questione sociale, come effetto della crisi, e l’urgente necessità di delineare un progetto di cambiamento tale da rendere lo sviluppo sostenibile ancorchè durevole e giusto. Per ciò dobbiamo condurre una forte critica alla cultura adattiva ed espansionistica, propria anche di forze progressiste e riformiste, cui chiediamo la disponibilità ad una nuova riflessione comune. Michele Salvati afferma sul Corriere della Sera che la sinistra, anche europea, difronte alla crisi è in difficoltà in quanto in questi anni si è spostata molto sul lato del mercato e quindi risulta poco credibile oggi difronte al prodotto del mercato stesso.
Le nefandezze del governo puntano al classismo (finanziaria, scuola e università, riforma del sistema contrattuale, limitazione del diritto di sciopero, le ronde) e la dicono lunga sulla gestione e gli sbocchi da questa crisi. L’Italia è stata recentemente denunciata dall’agenzia del lavoro dell’ONU per comportamenti senza precedenti per un paese europeo democratico che contravvengono alla promozione delle pari opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti.
Sia chiaro tutto quello che allevia la condizione sociale va bene ma come è impossibile non leggere dalle misure non strutturali messe in campo(bonus-assegni sociali) il loro carattere di “tampone” e a volte perfino offensivo, e il retropensiero che le ispira: “la crisi passerà e tutto ritornerà come prima” ossia, verso altre crisi sempre più profonde e pericolose.
Servono risorse vere, nuove e tante, che non possono che provenire dal recupero dell’evasione fiscale e dalla rendita di qualsiasi tipo per affrontare contemporaneamente la questione sociale, in termini di tenuta e coesione, e progettare il futuro in termini di rilancio sociale ed economico sostenibile. Il governo invece ha tolto la tracciabilità delle fatture e gli studi di settore.
Questa è la nostra lotta e un movimento di lotta c’è e si va allargando (Spagna Germania, sciopero generale in Francia) e non solo per rispondere agli effetti della crisi ma anche per rimuoverne le cause. La manifestazione della CGIL del 4 aprile è, per questo, un passaggio decisivo. Contrastare gli effetti di disgregazione sociale, lavorare per una tenuta sociale all’insegna della solidarietà, per un nuovo modello di sviluppo equo e sostenibile, questo è il nostro progetto politico che e’ innanzitutto un progetto di cambiamento sociale: il tema del cambiamento va affrontato adesso proprio perche la crisi evidenzia le sue cause e la sua strutturalità. Da qui deve crescere un’idea alternativa al modello di sviluppo che abbiamo conosciuto, perchè il rischio è che altrimenti in questa crisi prevalga la risposta del “si salvi chi può” e non della risposta collettiva all’insegna della solidarietà e dell’equità.
Guardando alle dinamiche relative alla nostra realtà locale viene fuori che da tempo le contraddizioni si andavano accomulando, e da tempo, rispetto alle peculiarità locali, il tasso di crescita si è progressivamente adattato ai livelli nazionali nonostante la barca di soldi e di deregulation assegnata alle imprese in quest’ultima fase, la scala sociale si è fatta sempre piu lunga e con scalini piu alti, è cresciuta l’insostenibilità ambientale intesa come deficit di rigenerazione delle risorse naturali.
I dati emersi da una ricerca della CGIL a proposito dell’innovazione delle performances di impresa e del lavoro nelle imprese con oltre 50 dipendenti, presentata prima dello scoppio della crisi, ci dice di un tessuto produttivo che in buona misura è decadente per scarsa innovazione ed investimenti, che perde colpi in termini di sviluppo delle forze produttive comprese quelle imprenditoriali, che vede un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e della contrattazione. Una recente tabella della CNA in riferimento alle imprese con meno di 50 addetti conferma che il calo di volumi produttivi è abbastanza generalizzata a partire dal terzo trimestre del 2007.
La crisi è dunque scoppiata e i dati sull’andamento degli ordinativi ci dice che non si è in grado di prevederne la fine e che in ogni caso nulla sarà come prima. Il dato della cig è impressionante: avanza del 180%. L’occupazione è diminuita del 3,8% e in più è in atto una barbara selezione dell’occupazione che elimina figure deboli e sindacalizzate dalle imprese e rende oltremodo ricattabili l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori specialmente nelle piccole e medie imprese.
Alcuni punti di forza si trasformano in punti di debolezza:
-il 70% del pil locale è nel settore manifatturiero, quello su cui le ricadute della crisi sono più acute, il settore ad alta intensità occupazionale, e dopo le diverse sbornie finanziarie e gli innamoramenti verso la new economy questo rappresenta il patrimonio da salvaguardare;
-esportiamo più della meta delle nostre produzioni, in febbraio il calo delle esportazioni è pari al 25%.
Senza nascondere distorsioni evidenti su cui invertire le tendenze:
-la spesa ordinaria per welfare locale è sovra finanziata da entrate straordinarie messe sempre più in discussione dalla crisi;
-siamo una delle zone più inquinate del mondo.
La crisi, questa crisi, è inedita, di sistema e strutturale, è particolarmente pericolosa nei distretti ad alta concentrazione monosettoriale, per questo occorre uscire dai soliti schemi per affrontarla. La discussione e i comportamenti in atto segnano uno scarto tra la valutazione della crisi e le risposte in campo.
Il comportamento delle imprese è stato, fatte salve lodevoli eccezioni, irresponsabile. Si sono tentate chiusure di interi stabilimenti, si sono attivate numerose procedure di mobilità che in una situazione di crisi generalizzata significa perdita sicura del posto di lavoro. Nel settore della ceramica: Iris annuncia la liquidazione dello stabilimento sulla base di una analisi di ridimensionamento strutturale dei volumi produttivi, Emilceramica vuole chiudere lo stabilimento di Solignano per la stessa ragione e per una grave situazione finanziaria dovuta a scelte sbagliate del management e oggi rifiuta la mediazione istituzionale che evita i licenziamenti, la Richetti propone di chiudere una stabilimento fuori provincia e di costruirne uno nuovo a Maranello a patto di avere a disposizione un’area a piacere.
In realtà la produzione ceramica nel distretto ha già cambiato la sua impostazione, dal 2000 perde mediamente il 3.5% ogni anno in termini di volumi e occupazione, le stesse imprese hanno dislocato la loro produzione vicino ai mercati di impiego, mentre la concorrenza in generale si è fatta più spietata. Ciò significa che anche se ripartisse il mercato i volumi produttivi sono destinati a ridursi seriamente. E allora ai fini di mantenere i posti di lavoro cosa occorre fare?
Serviva e serve un grande progetto di riconversione industriale, di diversificazione produttiva nell’impiego dei materiali ceramici, di consolidamento della filiera della qualità. E a questo scopo una politica industriale di investimenti in ricerca e produttivi innovativi e un altrettanto serio investimento in formazione professionale dei lavoratori, fondata sul contratto di programma e sul credito di imposta.
Stessa logica per gli altri settori portanti della economia modenese, che volevano attestare le imprese nella cosidetta fascia alta del mercato e svincolarsi dalla sola competizione da costi. Spero non sfugga a nessuno che per operazioni di questo tipo sono indispensabili qualità professionali dei lavoratori alte, e risorse dell’impresa.
La lotta dei lavoratori è riuscita in questa fase a limitare i danni e a creare con successo un argine alla crisi mettendo gli imprenditori davanti alle loro responsabilità: alla Iris alla Gambro alla Terim ecc moltissime lotte sono in corso e noi esprimiamo vicinanza ed impegno concreto ai lavoratori coinvolti. Troppi casi di crisi sopratutto nelle piccole e piccolissime imprese sfuggono all’intervento sindacale e per questo proponiamo una task-force di monitoraggio e lettura della crisi per lanciare un messaggio di effettiva vicinanza ai sempre troppi che nella crisi si sentono soli.
Per questo apprezziamo lo sforzo degli enti locali vòlto - quando avviene - a mettere a disposizione nuove risorse per affrontare la crisi a Modena, Sassuolo, Fiorano e allo stesso tempo sollecitiamo la provincia a fare altrettanto, con risorse proprie e vere oltre al fondo definito con le banche per anticipare la cig e intervenire sui mutui quando le persone sono in difficoltà, e la invitiamo anche a coordinare la costituzione di questa attività. Il metodo, anche a livello locale, sia quello che in primo luogo individua le necessità sia di tenuta sociale che di rilancio economico e poi chiami la comunità a rispondere sul piano delle risorse da mettere in campo. Nelle iniziative finora adottate appare nettamente sottovalutato il tema della progettazione dell’assetto economico, sociale, ambientale, occupazionale nel futuro.
Una lotta di tutte le forze locali, politiche e sociali verso un governo che propone di affrontare la crisi con una logica compassionevole, che non riconosce la strutturalità della crisi, che si propone di restaurare il classismo nel nostro paese, che ha già detto di aver fatto tutto il possibile, che invita i lavoratori a darsi da fare (grottesco e tragico allo stesso tempo), che non ha nessuna intenzione di estendere gli ammortizzatori sociali, e che sa benissimo che presto finiranno le risorse stanziate a copertura degli ammortizzatori sociali esistenti.
Progettiamo dunque il nostro futuro: alcune proposte della sinistra per Modena sull’economia modenese
In primo luogo il PTCP. La sua logica va rafforzata, resa cogente ed efficace.
Vorrei poi fare una citazione: ‘Se io sono un uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo:che la mia politica economica deve essere finalizzata allo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria è chiaro! Nessuna speciosa obiezione tratta dalle cosidette leggi economiche può farmi deviare da questo fine.’ Era un pericoloso comunista? O un socialista o un pazzo? Era Giorgio La Pira sindaco di Firenze della Democrazia Cristiana che oggi ha addirittura in corso un processo di beatificazione, e che quando una fabbrica come il Pignone decise di chiudere i battenti si mise la fascia tricolore da Sindaco, sequestrò l’azienda e trovò il modo di inserirla in quella che oggi è la Finmeccanica. Se La Pira non avesse avuto quel coraggio il patrimonio di professionalità e di innovazione, oggi fiore all’ochiello della nostra industria, sarebbe andato perduto.
Proponiamo prima di tutto la moratoria dei licenziamenti che significa tenuta sociale, limitazioni alla caduta del reddito, rifiuto della esclusione sociale e allo stesso tempo proponiamo di salvaguardare il patrimonio reale e potenziale di impegno e professionalità per la prospettiva occupazionale nel territorio. Questo significa in definitiva fronteggiare la paura che serpeggia sempre più e che alimenta la omologazione del lavoro alla logica dell’impresa. Ovviamente non proponiamo logiche da imponibile di manodopera, nè che le imprese producano per il magazzino, proponiamo invece che il contratto di solidarietà, da applicare attraverso la contrattazione aziendale, sia il principale strumento da usare in caso di crisi, insieme alla cassa integrazione a rotazione senza escludere nessuno figura fissa o precaria dal processo produttivo. Proposte nettamente alternative alla logica che ha portato il governo e alcune parti sociali alla stipula dell’accordo separato sul sistema contrattuale, che vorrebbe affrontare ed uscire da questa crisi abbassando il potere contrattuale, il salario e il diritto di sciopero.
La proposta di sostenere l’occupazione a partire dalla moratoria dei licenziamenti non è in alternativa all’assegno di disoccupazione per coloro che non hanno ammortizzatori sociali, anzi, sostegno all’occupazione e copertura reddituale ai disoccupati sono misure assolutamente complementari.
Crisi o non crisi proponiamo di affrontare la questione del lavoro dal punto di vista della sicurezza e della legalità del lavoro. Il governo ha modificato la normativa sul libro matricola vanificando l’efficacia delle ispezioni, il testo unico sulla sicurezza è sotto attacco e ovviamente i dati già gravi sono in via di ulteriore peggioramento. Perciò proponiamo l’istituzione di un coordinamento di tutte le forze che si occupano a vario titolo di sicurezza e illegalità allo scopo di aumentare i controlli e sopratutto per effettuare controlli integrati, per un coordinamento diretto - come si fa per l’ordine pubblico - da un comitato interistituzionale comprese le principali forze sociali.
Contemporaneamente occorre affrontare il tema della riqualificazione e della riprogettazione dell’assetto economico e produttivo del territorio. Serve innanzitutto la consapevolezza che il momento è adesso, molte ragioni sono state dette alre si debbono aggiungere: l’esperienza ci dice che quando c’è crisi è in campo una maggiore disponibilità, da parte dei soggetti economici e sociali e istituzionali, a discutere su come affrontare la crisi ma non su come evitare che le crisi si riproducano.
Ne consegue:
1) selezionare gli interventi di sostegno economico subordinandoli agli investimenti, alla ricerca e all’innovazione sopratutto di prodotto, alla formazione professionale e alla qualificazione dell’occupazione;
2) Ulteriore qualificazione delle aree produttive verso politiche di raggruppamento delle filiere, l’autosufficienza energetica da fonti rinnovabili, l’accessibilità delle persone alle suddette aree ridefinendo la rete del trasporto pubblico.
E ancora: un piano straordinario per la produzione di energia da fonti rinnovabili a livello territoriale. Non si tratta solo di dotare gli edifici pubblici di pannelli solari e/o fotovoltaici ma anche di incentivare, attraverso il superamento delle difficoltà burocratiche e magari con la stipula del cd ‘conto energia’ direttamente con la rete da parte degli enti locali, di convenzioni con gli installatori per facilitare gli investimenti dei privati.
Infine sulle infrastrutture: gran parte della progettazione infrastrutturale nel nostro territorio è stata fatta con l’idea di uno sviluppo economico illimitato. Un’ idea sbagliata che ha fatto e sta facendo molti danni. Oggi alla luce della crisi, di questa crisi, e nella consapevolezza dei limiti e delle contraddizioni del modello di sviluppo che conosciamo è assolutamente necessario procedere ad una verifica coraggiosa delle scelte fatte.
La priorità è il collegamento delle infrastrutture trasportistiche (scali merci) che stanno per entrare in funzione, la priorità è lo spostamento da gomma a ferro delle merci da trasportare. Continuare ad adorare Totem come la bretella autostradale Campogalliano-Sassuolo a dispetto delle vecchie e nuove ragioni che la sconsigliano è privo di buon senso, senza considerare che anche il più ottimista degli imprenditori ceramici dice che i volumi produttivi e quindi le merci da trasportare diminuiranno sensibilmente, e che i costi per la collettività per la realizzazione dell’opera sono di 14 milioni di Euro al km. Altra cosa è considerare la costruzione del primo tratto appunto per collegare gli scali merci e risolvere il problema del traffico nella direttrice est-ovest.
Finisco sulla partecipazione alla luce di due considerazioni: la partecipazione o è attiva o non è; la partecipazione va garantita da percorsi e procedure condivise. Da ciò ne consegue che quando la partecipazione viene usata ai fini di organizzare il consenso e/o per ratificare decisioni già prese non funziona e oggi più che mai c’è bisogno di partecipazione in ragione delle scelte molto difficili da fare, pena lasciar spazio a corporativismi di ogni genere.
Proponiamo una democrazia economica territoriale (che nessuno vieta di sperimentare) di tipo Europeo ossia una sede nella quale i soggetti economici e sociali si confrontano preventivamente alle scelte più rilevanti del territorio e se ci riescono emettono avvisi comuni da consegnare ai decisori politici, sono dotate di potere istruttorio proprio e ricevono tutte le informazioni dalle istituzioni riguardo al problema che debbono affrontare.
Queste sono le proposte principali in ordine alla economia e al lavoro, proposte già intrecciate nella nostra proposta programmatica generale con altri temi in particolare quelli del Welfare e dell’ambiente per i quali sono previste iniziative specifiche come questa di oggi.
Abbiamo deciso di spendere queste proposte e noi stessi come progetto politico in un’idea di costruzione di un nuovo centro sinistra per una nuova cultura di governo a tutti i livelli e nell’immediato nelle elezioni amministrative, convinti che le giunte di centrosinistra rappresentino oggi una sorta di linea del Piave su cui reggere. Quindi una scelta di responsabilità su cui costruire lo sviluppo del nostro progetto politico e la prospettiva della sinistra nel nostro paese.
Siamo un po come quegli alpini che si erano perduti nella tempesta in mezzo alle Alpi Carniche ai quali è capitato di trovare una mappa seguendo la quale riescono a ritrovare la strada e a salvarsi, arrivati alla meta si accorgono che la mappa era relativa ai Pirenei e si rendono conto che non è stata la mappa a salvarli ma il loro coraggio di andare avanti”.







